La meta e il sogno di tanti attraverso gli occhi di chi ci vive.

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lunedì, 23 febbraio 2009
Enojarse..

Quando ero bambino mi piacevano molto i classici ed ero affascinato dalle storie greche, romane, egizie ed antiche in generale. Mi sono innamorato ed immedesimato molte volte in personaggi mitici che conoscevo leggendo libri rimasti nella nostra cultura per secoli e secoli. La cosa che mi colpiva e mi lasciava attonito era la somiglianza delle atmosfere, la perfetta coincidenza delle sensazioni dell'animo umano che non ha mai smesso di scuotersi affrontando l'avventura più grande dell'umanità. La conoscenza di noi stessi.
In 4 mila anni di storia e forse anche qualcuno in più, abbiamo costruito grattacieli, ponti, strade, fabbriche, tecnologie e tante altre cose materiali che ci danno l'illusione di aver percorso un cammino lungo e superato ostacoli incredibili. Ci siamo illusi di non essere le stesse anime che lottavano per la propria libertà, per amore di qualcuno, per semplice velleità o con animo di giustizia. Non riusciamo a renderci conto che ogni giorno, troppe volte al giorno, commettiamo gli stessi errori e affrontiamo le nostre debolezze senza cambiare strutturalmente il modo di farlo. Non siamo capaci di imparare da noi stessi perché non siamo portati a guardare la realtà delle cose. Semplici insegnamenti che ci arrivano dalla quotidianità vengono fatalmente sciupati dalla nostra corsa verso una libertà illusoria, non reale e ingannevole. Cosa crediamo sia la libertà?
Più me lo chiedo e più non trovo una risposta.
Se mi guardo indietro vedo le mie scelte personali e non riconosco la libertà. Ricordo che finite le scuole medie mi fu consigliato di iscrivermi ad un istituto tecnico, apprendere un lavoro tecnico, rudimenti di un motore o il funzionamento di qualche apparato e cercare poi un'impresa che mi potesse dare un'occupazione relazionata ai miei studi. Avrei potuto far ragioneria o il geometra, il turistico o il linguistico.. Ricordo che mi iscrissi al liceo per andare contro questi consigli. Non ci pensai molto, non lessi le materie impartite o le caratteristiche delle varie scuole. Mi limitai ai consigli, contrari, di insegnanti, familiari e amici.
Nell'arco della mia vita la libertà è corrisposta all'andare contro, per principio o per fede personale. Scontrarmi con l'apparente convenienza delle cose, affrontare ciò che sembrava logico a tutti. Così è stato anche all'università, nel calcio e in tante altre cose.
Ora sono convinto che questa non sia libertà. Dopo un fascismo (e in Spagna se ne sentono ancora i resti) colui che ne è rimasto vittima vive un'eruzione contraria molto forte, esagerata al principio. Il paragone che mi viene alla mente istantaneamente è quello di una pentola piena d'acqua. Appena tolto il coperchio il vapore esce forte, denso, caldo e ribelle, ma dopo pochi attimi si disperde, si raffredda e si confonde con il resto dell'aria. All'inizio, per carattere, ero una pentola col coperchio. Oggi, mi sento disperso nel cielo che avvolge tutti noi, senza distinzioni. Le strade diventano infinite, le possibilità molteplici.
Mi domando ancora cosa sia la libertà.
Forse il pastore afgano che nasce, vive e muore senza sapere nulla del mondo esterno vive senza distrazioni e si sente più libero e felice di noi, ricchi ed annoiati. Ieri mattina tornavo a casa in metro dopo una notte di lavoro. Era carnevale, la gente ubriaca fumando dentro i vagoni, urlando e imprecando, cantando e perdendo l'equilibrio. Mi sono rivisto. Sembra che nulla interessi più a nessuno, di tutto quello che siamo, di chi abbiamo di fronte, di quello che pensano gli altri. Niente all'infuori di noi stessi e della nostra libertà, nulla che non soddisfi il nostro corpo ci importa, dal benessere al benestare. Non capiamo che non siamo soli nemmeno quando facciamo l'amore perché lo viviamo per noi stessi. Non lo facciamo pensando che non stiamo solo facendo l'amore ma ci dimentichiamo che allo stesso tempo stiamo parlando di noi, ci stiamo svelando nella maniera più intima, riveliamo la nostra nudità e la nostra anima. Dimentichiamo chi siamo.

Postato da: leles81 a 02:11 | link | commenti

sabato, 21 febbraio 2009
Resumiendo..

A volte dire qualunque cosa non serve assolutamente a nulla, soprattutto se chi ti ascolta non ti sente, o peggio, non c'è. Parlare è uno sforzo che implica una doppia tensione, quella del formulare un pensiero e quella di esprimerlo. Ricordo che molte volte mi sono ritrovato faccia a faccia con chi non è abituato a fare entrambe le cose e non ho ancora capito se sia più importante l'una o l'altra, ma di sicuro non mi stanco di coloro che hanno entrambe le capacità. Mi sono sempre piaciute le persone che estraggono da se stessi pensieri che a volte stanno molto tempo incagliati nella nostra intimità, nelle nostre indecisioni a condividerli con gli altri. Non è capacità comune quella di riuscire a essere aperti e trasparenti, sinceri e al tempo stesso profondi. Non che la sdrammatizzazione sia un fatto semplice ed inutile, ma ammeto di averla sempre ritenuta una sensazione più immediata e pertanto meno complessa. Anche se in realtà non è sempre vero, mi sento molto attratto da tutto ciò che non si lascia vedere al primo sguardo, da tutto quello che soggiace alle cose, piuttosto che dalla loro immagine previa, superficiale. Forse è proprio in questo che mi piace anche chi sa sdrammatizzare. Ridere, quando si tratta di ridere si se stessi poi, non è affar semplice ed ha bisogno di un'occhiata in più, di essersi soffermati a pensare un po' più del dovuto, risolvendolo con un sorriso. Una donna totalmente nuda non è che un'essere umano, un semplice animale che non ha fascino erotico, ma rappresenta un immagine anatomica quasi inefficace sul mio cervello. La donna che si copre e svela una piccola parte di sé, una donna che lascia intravedere le proprie forme da sotto un maglione, due occhi profondi dietro una frangia troppo lunga, un sorriso celato dal pudore di una cultura vissuta come non propria, una carezza calorosa in cambio di una stretta forte..
Cosa mi spinge a cercare sempre più nel profondo delle persone che conosco? Cosa spero di trovare?
Che dagli occhi di una persona si possa leggerne l'anima sembra una stronzata ma lo vivo come un'illusione con cui confrontarmi ogni giorno. Mi piace passeggiare cercando lo sguardo di chi incrocio, osservare con discrezione chi mi si affianca nel cammino, vedere cosa fa, capire dove va. A volte mi fa perdere tempo e soprattutto mi fa perdere la strada, ma al tempo stesso mi ricorda che non sono l'unico a camminare.
Se guardo agli occhi di qualcuno che mi parla cerco di vedere se è sincero. Se lo faccio non è per diffidenza. Lo faccio per curiosità.

Postato da: leles81 a 02:36 | link | commenti

lunedì, 15 dicembre 2008
Dia tras dia..

Mi sono svegliato come ogni mattina ma diversamente da quelle mattine in cui mi sembra sia già tardi per ogni cosa, mi sono liberato delle coperte in un batter d'occhio e conciato di solo mutande e pigiama mi sono spremuto un arancia fresca fresca. Lì, in piedi al lato del frigo. Ho dato un occhiata alla lavatrice che non va, mi si è rotta l'altro giorno. Sono entrato poi in salone, e mi sono accorto di non poter vedere quanto spoglio sia semplicemplicemente per il fatto che si è appena fusa una lampadina. A quel punto ho cominciato a vedere tutto molto più chiaro, ho trovato la soluzione. Me ne sono corso in bagno, ho fatto una doccia rapida, mi sono vestito senza pensare bene a cosa mi stavo infilando e in un attimo ero in metro, assorto in quello che avrei fatto. la strada era la stessa, quella di ogni mattina fino all'ultima mattina. Arrivata la mia fermata sono sceso con una leggerezza che non avevo da tempo, ho imboccato la galleria e in un secondo ero lì di fronte alla porta. Sono entrato senza bussare, come al solito. La sua scrivania era li al posto di sempre. Mi ha guardato negli occhi e io ho guardato lui. Ha capito non so bene che cosa e mi ha indicato la saletta al lato, quella dove normalmente si ricevono le persone in privato, lontano da indiscrezioni. Mi sono seduto di fronte a lui e abbiamo capito che non era la prima volta che questo succedeva. Lentamente, con parole chiare e tono calmo ma deciso gli ho spiegato come una persona nella sua situazione avesse tutto da guadagnare nell'aiutare una persona nella mia situazione, ma soprattutto gli ho spiegato come una persona nella sua situazione avesse molto da perdere nel non farlo. Gli ho spiegato che le mie giornate sono vuote, riempite da un assegno di disoccupazione che mi lascia troppo tempo a disposizione per non dovermi fermare più volte al giorno a riflettere sulla mia situazione, cercandone poi una ragione. Questo tempo libero sarebbe potuto essere riempito da qualunque altra attività.
"Cosa mi costa alzarmi ogni mattina per accompagnare il tuo viaggio da casa a lavoro massacrandoti con la mia sola presenza, la mia sola faccia barbuta di uomo che non chiede nulla ma lascia alla tua coscienza? Cosa mi fermerebbe da aspettarti all'uscita della pausa pranzo per seguirti al ristorante e fermarmi a guardare mentre mangi chiacchierando con la tua amante inconsapevole del fatto che dopo il caffè rivedrai la tua coscienza nella mia faccia, appena fuori del ristorante, mentre camminerai solo verso l'ufficio, pensando a una nuova strategia per la tua impresa, la stessa che ha sfruttato il mio lavoro fino a ieri? E cosa ti fa pensare che non sarei li, pronto ad accompagnarti all'uscita della scuola dove i tuoi bambini ti aspettano chiedendosi il perchè del tuo ennesimo ritardo? Sarei nel cortile del tuo condominio, nella piazza del tuo quartiere, nel bar dove bevi il caffè, nel ristrante dove porti tua moglie, che non è lo stesso di dove pranzi con quell'altra puttana. Credi sul serio che per mille schifosi euro al mese non ne valga la pena? Non sono i soldi il tuo problema, almeno fin quando potrei esserlo io. Pensa alla tua coscienza, a quello che i tuoi schifosi occhi sarebbero costretti a vedere ogni istante della tua vita. Pensaci, sei un uomo d'affari, non sei uno scemo e sai bene se un affare è conveniente o no. Lo so che stai pensando quello che penso io. Lo so che ti stai convincendo che tutto sommato mille schifosi euro non sono poi tanti per tenermi lontano dalla tua coscienza. Lo so. E anche tu lo sai".
Mi sono alzato ma non di scatto. Con calma. La sensazione che tutto il mondo fosse dalla mia parte, l'idea che finalmente avessi espresso la mia capacità di dominanza che tutti noi animali abbiamo e che questo fosse stato un atto pensato, pur nella sua istintività, mi rendeva orgoglioso di me stesso. L'emozione dominata e incanalata alla grande. Sono uscito dall'ufficio con quel mezzo sorriso, quasi un ghigno, che mi sporcava la bocca come una macchia di sangue dopo aver azzannato la propria preda. Ero al culmine dell'estasi. Ricordo di aver preso le scale. Cinque secondi dopo ero a casa di fronte al computer, nel sito della banca per vedere mi avesse fatto il versamento, ma nulla. Era questione di attimi e aspettai..poi la pipi!
Mi sono svegliato per andare al bagno. In cucina la lavatrice ancora non funzionava, la lampadina in salotto bruciata, l'orologio che mi dice che ieri notte ho fatto tardi a scrivere ancora e il conto in banca che continua a svuotarsi. Questa volta mi son svegliato sul serio.
In effetti ho pensato varie volte di minacciare il mio capo di farmi dare 1000 euro al mese per non seguirlo tutto il tempo, in ogni momento della sua vita. Senza essere aggressivo nè maleducato gli avrei mostrato come è difficile per una persona che perde il lavoro mentre per lui si tratta di una decisione di un 5 secondi, una soluzione che cambia le vite..degli altri. La sua non cambierà mai se nessuno glielo mostrerà. Penso che per lui 1000 euro varrebbe la pena spenderli per risprmiarsi questa lezione.

Postato da: leles81 a 01:18 | link | commenti (1)

sabato, 06 dicembre 2008
Noche de Fez..

Un breve riposo, il tentativo di raccapezzarsi e via, di nuovo in strada sotto il sole che sebbene stesse scendendo, mi scaldava con forza. Mi avvicino ala stazione e il mio tutor Said scende al volo da un mercedes-taxi-bianco che poi scoprirò essere di suo zio. Mi accoglie a grandi cenni, mi sorride come solo lui sembra saper fare e sfoggia un vestito tipico berbero, tutto azzurro con bordature dorate che cntrasta con la sua pelle scura. Ci avviciniamo al bar che è anche la sede della sua agenzia di viaggi, ottimamente collocata vicino alla fonte principale di turismo. Dopo vari saluti e numerose dimostrazioni di amicizia, montiamo in macchina dello zio con Said e altri 2 amici. Ce ne andiamo verso la città nuova, la Fez che sembra contare ora. Improvvisamente ci addentriamo in una via tutta sconnessa, dove le facce dei bambini che giocano sembrano più innocenti di quellie della città antica. Said mi invita a scendere ed entrare in casa sua, che oi scopro non essere sua ma di sua sorella. Mi siede in un angolo a guardare una televisione che non capisco che mi sta dicendo, attorniato di 3 o 4 persone che cercano di tenermi partecipe in uno stentato francese, mescolato allo spagnolo. Insomma, un attesa un po' noiosa nella quale mi sono chiesto più volte che cosa stava per succedere e anche che cosa avremmo mangiato. La fame si avvicinava.
Improvvisamente Said esce dalla cucina dove stava dividendo i fornelli con la sorella e mi fa cenno di andare. Saliamo ancora in macchina e ce ne andiamo al bar-ritrovo a sederci ai tavoli, mangiare e bere in compagnia. Said ha preparato una specie di paella di pesce, enorme, qualcun altro ha portato del pane, chi succo, chi acqua, miele, datteri e coca-cola. La tavola imbandita e tutti ad aspettare la sirena. "Allah akbar" Dio è grande e possiamo mangiare anche oggi. Allegri.
Ricordo che nel mezzo della cena, mentre tutti ridevano, scherzavano e chiacchieravano animatamente, è arivato lo squillo del clacson di un pullman. Tutti si sono fermati e un paio di commensali si sono diretti alla porta di entrata della stazione. Turisti. Soldi.
Dopo una buona mezzora di discussioni, un paio di australiani e due tipe francesi se ne vanno per la loro strada, senza calcolare l'aiuto che i miei amici volevano offrire gentilmente. La cena prosegue e termina con la stessa allegria di prima. dei ragazzi accanto al nostro tavolo, convinti che io sia di Barcelona, cominciano a gridare "Madrid, Madrid, w Real". Me la predo in gioco e cominciamo ad alternare canti e grida. Poi svelo loro il mio tifo per il Milan e chiaramente esce il nome di Kakà..tutto il mondo è paese.
Ci laviamo le mani nel bagno del bar, che ovviamente ci aveva offerto la mitica zuppa, harira. Saliamo in macchina e torniamo a casa di Said, a chiacchierare. Questa volta non mi apre la porta principale di casa, che nonè sua. Facciamo qualche metro in più e un porta di metallo aperta mi svela la povertà di Said. Un antro di vecchie mura, un paio di materassi potriti e una rete metallica del 48 sono la i componenti principali della stanza da letto del mio amico berbero. Tanti piccoli ricordi del Sahara, foto, amuleti, magliette e un poster di Kakà, ancora. Ci sediamo mezzi distesi, lasciando il narguilè o cacimba nel mezzo. Said fuma abbastanza canne mentre gli altri approfittano delle sigarette che avevo comprato. Si ride, mi si racconta con orgoglio delle loro imprese nel deserto, con tanto di foto. 2 australiane sembrano essere la loro conquista maggiore. Ad un certo punto arriva il capo. Un ragazzo della mia età, forse poco più grande. Lui è diverso, si vede dal vestire, dall'atteggiamento e dal tratto. Non ricordo il suo nome ma ricordo che da quando arrivò alcune cose mi cominciarono a chiarirsi. Iniziò a parlarmi di tappeti, pelli, oggetti, commercio e stronzate varie. Dopo un finale noioso riprendiamo la macchina e andiamo a casa dell'ultimo arrivato, in una zona super residenziale. Ricordo che la casa era in realtà un appartamento, arredato di lusso, in puro stile marocchino. Dopo aver fatto un paio di foto e chiarito il fatto che al mattino saremmo dovuti andare a comprare al mercato, mi faccio riaccompagnare a casa non prima di aver goduto della vista dalla sua terrazza privata. Fez non è poi cosi piccola.

Jour 4
Mi sveglio col telefono che mi squilla e Said "Amigo te estamos esperando". In un attimo ricordo tutta la giornata precedente e capisco che devo mentire. Mi vesto, vado all'appuntamento e mi invento che la carta di credito si è smagnetizzata. Dopo nulli tentativi, il capo mi saluta più frettolosamente che mai, mentre anche Said perde l'interesse che sembrava aver avuto nei miei confronti. Mi spiace. Saluto il mio amico berbero e nel farlo gli lascio dei soldi, i pochi contanti che avevo. Lo ringrazio e gli prometto che ci rivedremo. Se ne va, alla caccia di altri soldi turistici.

Postato da: leles81 a 14:18 | link | commenti

Estupideces del tiempo..

Ricordando il passato a volte vedo il mio presente. Camminando solo verso casa, affrontando quella leggera salita che mi fa fare l'ultimo sforzo verso la mia camera, ricordo i passi che mi avvicinavano a un'altra stanza, a Gorizia. La lontananza temporale delle cose non coincide sempre con la lontananza della memoria. Ho ricordi più nitidi di alcune partite di calcio giocate anni e anni fa, piuttosto di qualche immagine sfocata che rivisito il giorno dopo appena sveglio, dopo una notte passata a perdere il tempo ad ascoltare la prima che trovo, sperando sia sempre non sia l'ultima della serata. Anche tu pensi che abbia ragione e sai che il tuo passato è li, confuso a volte, distorto altre, ma sempre presente. Non è passato perchè è ancora li. Passato è quello che non c'è più, quello che uno non ricorda, quello che se ne è andato per sempre, con ragione o meno. Se il ricordo è vivido, è presente. Per questo il presente a volte dura un'eternità, non sembra mai finire ed è uguale tutti i giorni. Nei sogni è cosi, tutto sembra reale perchè non c'è tempo nei sogni, si salta da un immagine all'altra senza avere il tempo di renderlo logico. Nei sogni ci ritroviamo a fare l'amore con la ragazzina di un tempo o a discutere con dei genitori stranamente giovani, mescolando amicizie dell'università con quelle dell'erasmus o viceversa. Sognare è perdere la cognizione del tempo. Persa questa, ci sembrerà di aver perso fin troppo, ma la realtà non ha tempo.

Postato da: leles81 a 13:28 | link | commenti
memoria, tempo

giovedì, 04 dicembre 2008
Alarma..

Lampeggia con un suono intermittente e frastornante perchè è fatta e pensata per non passare inosservata. Chi non si accorge di lei non lo fa per sbaglio ma sfida la sorte. Ma a chi ne è abituato ormai pare come una sirena che accompagna tutti i tragitti, le fermate e lo scambio di visuali, per altro sempre simili tra loro e distinguibili solo da insignificanti particolari umani.
Me ne sono andato per la strada cammnando con lo stesso passo incerto che avevo dimenticato mi avesse accompagnato per tanto tempo. Ebbene l'ho ritrovato. Il mio incedere si era momentaneamente fatto deciso e sicuro, calpestava la strada sotto i piedi considerandola solo cemento che distanziava un pavimento da un altro, diverso magari, ma pur sempre insignificante. Ora ogni centrimetro ha la sua storia, i sassetti li calcio con la curiosità di  andare a vedere dove finiscono, le cartacce sono messaggi lasciati da qualcuno per ricordarmi che non sono l'unico a guardare per terra mentre cammino. Allora alzo la testa e sotto le cuffie immense e rosa ritrovo la tua frangetta che ti copre gli occhi e non mi lascia concentrare sui tuoi bellissimi lineamenti. Sei elegante nelal tua semplicità e complicata nel tuo sguardo che fa finta di non essersi accorta che la sto guardando. Mi cade l'occhio sul nome della stazione dove la metro si è appena fermata e coglie il momento per lanciarmi un'occhiata che purtroppo non riesco a ricambiare. Sembra che i nostri sguardi non si debbano incontrare. Affianco a me una signora non smette di respirare e all'angolo laggiù quanlcuno legge il giornale per evitare di pensare. Le mie mani non sanno dove mettersi per togliere l'impaccio che crea lo stare seduti senza braccioli e senza libro. in tasca, incrociate o sulle ginocchia. Come sembra strano che non ci sia posto per le mie braccia e le mie mani. Sono sicuro che non starai ascoltando una musica qualunque e sono sicuro mi piacerebbe la tua musica. Deve essere interessante per ascoltarla dentro quelle enormi cuffie rosa che ti rendono cosi femminile e curiosa. Vorrei dirti che io non sono nulla di quello che ti potresti aspettare vedendomi, che dietro il mio aspetto ci sono io, con le mie inquietudini e i miei pensieri. Vorrei ti interessasero almeno quanto sembra ti interessi quella musica che ascolti. Ecco, vorrei poterti parlare mentre mi ascolti con quelle cuffie, dirti tutto di me, di te. Vorrei poterti parlare, ma qui sembra che tutti abbiano perso la parola, venduta forse a questo silenzio interrotto solo dalla sirena che si diceva prima, o al massimo da qualche annuncio di voce robotica, ancora più triste della tristezza che cìè qui dentro. Mi sembri un po' nervosa quando cerchi dentro la tua borsetta verde, sbuffi e mi ricordi che a volte sembra che la vita remi contro, tentando di allontanarci da ciò che vogliamo veramente. Mi ricordi che sono in metro perchè ho girovagato per tutto il giorno in cerca di qualche cosa da fare, senza trovarla, mi ricordi che non sono a la voro perchè non ne ho più uno. Mi ricordi che fa freddo e sono in metro perchè in vespa non resisto. Mi ricordi che ti sto fissando  come un pervertito perchè mi son bevuto un paio di birre in più e non ho timori nel farlo. Infine mi ricordi che non so che cazzo faccio in quel metro, che eppure è quello che mi porta a casa. Poi riapro gli occhi e non ci sei più. La tua figura che tanto mi piaceva è sostituita dalla mia, riflessa nel vetro del vagone. Mi vedo e non succedeva da un po' di vedermi per quel che sono, con la barba che è cresciuta tanto l'ultimo mese, i capelli scompigliati, le cicatrici che se ne vanno, e l'idea che avrei voluto dirti tutte queste cose e anche di più. Ma tu non ci sei.

Postato da: leles81 a 01:15 | link | commenti

martedì, 11 novembre 2008
Independent

"Il sentimento di giustizia è così universalmente connaturato all’umanità da sembrare indipendente da ogni legge, partito o religione". Voltaire.
"La giustizia è difficile da individuare immediatamente, mentre la forza è riconoscibile di primo acchito. Per questa ragione si è preferito dare giustizia alla forza, che forza alla giustizia". Pascal.
Sono sicuro che non sia facile essere giusti, nè essere forti. Io non lo sono quasi mai, e forse tento solo di giustificare la mia mancanza, ma il fatto di sedersi dal lato del torto a volte, ci fa sembrare di essere più forti di quello che siamo, e forse, in quel momento siamo veramente più forti di quello che siamo. Questa notte mi voglio riempire di frasi vere e forti. Sento di dovermi dare forza perchè sto nel giusto angolo. Oggi sono indipendente.
Mi stavo sbagliando quando volevo nascondere la mia fragilità o quando non vedevo la fragilità di tutti quelli che mi circondano. Quando ci si attacca troppo alla materialità delle cose, ci secca poi perderle. Inutile, è proprio cosi. Sono contento di dover cercare un nuovo lavoro. Sono contento di non andare a Madrid. Non lo avrei fatto per volerlo fare. Lo avrei fatto per non perdere la sicurezza di uno stupido stipendio. La cosa che non mi porteranno mai via, purtroppo, non so più quale sia. Ecco perchè sto sempre cercando qualcosa che non trovo.
Sto sempre più diventando la persona che ho sempre voluto essere, ma a volte penso di essermi sbagliato e che forse la persona a cui somiglio di più è mio padre. Volente o nolente mi rivedo in lui e quel che a volte mi lascia più perplesso, è rivedere lui in me, nel mio carattere, nel mio modo di parlare, gesticolare, muovermi e pensare. Non solo. Anche fisicamente. Sono sempre più uguale a lui. Più mi allontano da lui e più voglio assomigliargli, più gli assomiglio e meno vicino voglio stargli. O forse è solo che non accetto di essere lontano da tutto quello che mi pianificavo da bambino guardando il cortile, che nemmeno lui è rimasto quello di una volta. Non ci sono ancora rotonde per lo meno. A Treviso ne ho viste troppe.
A barcelona ci sono solo semafori e strade da attraversare. Nessuno ti da il verde senza che te lo sia meritato. Devi prima essere indipendente. E oggi lo sono. Per la prima volta nella mia vita.

Postato da: leles81 a 23:41 | link | commenti

sabato, 08 novembre 2008
Inter1

Oggi non è un giorno come un altro. Oggi è venerdi e un'altra settimana è finita, un week end comincia e non ho voglia di ridere. Ho appena smesso di farlo e mi sto trattenendo dall'uscire a massacrarmi di alcool, come ieri o anche di più, come farò sicuramente domani e possibilmente tutti i giorni che potrà sembrarmi necessario. Quello di bere è un momento particolare, tra te e l'altra persona che hai dentro. Ecco, stasera uscirei solo. Me ne andrei come gli ubriaconi in giro da un bancone all'altro, come si vede nei film americani, un buono affranto dalla vita che annega nei bicchierini sconforti che non ha più voglia di affrontare, diventa un poco di buono, rasenta il suolo col culo e si rialza come solo chi vive nei film riesce a fare.
La storia di ognuno di noi rimarrà forse scritta o ricordata da qualche parte? Qual è il posto in cui custodire le nostre storie, quelle di tutti i giorni uguali uno all'altro, quelli della inutile massa di scartoffie che si ripetono e che fanno peso e volumi difficili da trascinare. Dove dovremmo mettere i nastri delle nostre cazzate da ubriachi o dei momenti di solitudine che non abbiamo voluto dividere con nessuno, o gli amori e le soddisfazioni che ci siamo presi? Dove hai fatto posto per tutta questa cosa? Pensi che ci starà?
Quando cominci a fare qualunque cosa sembra non ci sia maniera di capire fin da subito come si possa farlo nel migliore dei modi. A posteriori si trovano palesi migliorie da apportare con sconvolgente semplicità a tutto e tutti.

Postato da: leles81 a 00:08 | link | commenti

martedì, 28 ottobre 2008
Lebes? Lebes..lebes..

Ho messo piede in Fez a l'una e mezza di notte, che non è poi cosi tardi, ma con la coscienza di aver mentito a mia madre per non farla preoccupare. La stanchezza e la voglia di pisciare mi hanno fatto tirar dritto di fronte ai primi accalappiatori di turisti, tutti occupati su di me, ovviamente l'ultimo della giornata. Superati i più, c'era un ragazzo appoggiato all'uscita che mi aspettava e che con fare sicuro mi ha accompagnato all'hotel in cui avevo deciso di passare la notte. Il più vicino alla stazione. Respinti i vari tentativi di farmi cambiare idea riguardo all'hotel, riesce a strapparmi una promessa, oltre che il numero di telefono. Ci saremmo incontrati il giorno dopo.

Jour 3
Ricordo di essere sprofondato e di vedere o immaginare un tetto altissimo, il traffico trumoroso anche a notte inoltrata e il sonno, la stanchezza, la fame. Pago 1 euro per fare la doccia calda e mi ci butto dentro dopo aver dovuto tirare un secchio d'acqua per svuotare il cesso dalle mie feci. Non c'è lo sciacquone e del resto, non c'è nemmeno molta acqua. In fin dei conti, si fa come facevano i nostri nonni. Ogni bagno ha un piccolo rubinetto ed un secchio da riempire d'acqua per poi poterla tirare nel wc. La carta igienica non c'è nella maggior parte dei casi. Fatto tutto, compresa la doccia, impacchetto lo zaino e lo lascio in reception. Mi dirigo alla stazione e incontro Said che mi propone di fare escursioni a Meknes, moulay Idriss e Volubilis. Ma io voglio vedere la Medina di Fez, patrimonio dell'umanità. Non mi può accompagnare, ma mi promette che passeremo la serata insieme, allora con tutta calma mi dirigo verso la città antica, col dubbio di dover contrattare una guida turistica ufficiale o fare tutto da me. Tendenzialmente, per come sono, preferisco sempre guardarlo io il cammino, coi miei occhi, sfogliando le mappe e lasciandomi conquistare dai vicoli che scopro casualmente. Attraverso la parte nuova della città di Fez, che in totale ospita circa un milione di abitanti. Cifra ufficiale. La parte nuova, dove ho l'hotel e dove ci sono le stazioni di treno e bus, è ricca di negozi, è trafficata, pullula di gente, ma è molto vivibile, stile europeo, ha un'urbanizzazione riconoscibile e chiara anche ad uno straniero. Ci si può perdere, ma i grandi boulevard ti fanno ritrovare abbastanza facilmente, i petite taxi sfrecciano a destra e manca e in un attimo ti portano dove vuoi. Rischiando molti incidenti, quasi sempre, ma sono veloci e comodi. La maggior parte dei taxi che ho preso in Marocco sono stati convenienti, rapidi e utili. Nella passeggiata verso la Medina mi sono scontrato col sole scottante e con il McDonald in cui sedevano i pochi turisti che stranamente ho visto a Fez. Siamo ancora ad inizio Ramadan, ma Fez è molto turistica. Ho incrociato poi un tipo assurdo, gay credo. Rovinato in faccia. Effemminato. Ostentato. Quando ci siamo incrociati nel nostro passeggiare opposto l'uno all'altro, ha cominciato a toccarsi, a guardarmi, a provocarmi. La sua ostentazione e lo sguardo mi hanno fatto ripensare ai tantissimi omosessuali di Barna. Essere gay a Fez deve essere un'impresa.
Entrato nella porta che ti fa entrare al quartiere ebreo mi sono fatto guidare da un ragazzo cui non ho potuto vietare che mi facesse da guida. La casualità a volte, ti porta ad essere fortunato. Mi ha condotto per viuzze mai viste, strade assurde che sembravano un labirinto, proprio come piace a me. Ho visto cimiteri ebraici, sinagoghe mezze scomparse, case in restauro, madrasse non più usate e madrasse molto in uso, fonti di acqua, forni comuni di pane, laboratori di ogni tipo di manifattura, dalla tela alla seta, dalla ceramica al cuoio, centinaia di pantofole, cinture, vestiti, magliette, collane e cibo, frutta, verdura, teste di maiale, asini che portano anziani, bambini che corrono, ragazzine che ti guardano e ridono con gli occhi perchè del resto non vedi nulla e loro sanno fare tutto con gli occhi, uomini che infornano e che fanno l'elemosina, signore che stendono il bucato in terrazzine grandi come metà del mio balcone dove ci si arriva da scale scavate nella roccia, bambini che corrono in bici, a piedi nudi, come possono. Animali morti appesi per la strada con bambini attenti a scacciare le mosche che non si limitano ad aggirasi intorno ma che si ficcano dentro la carne, nelle ferite sanguinolente, dove l'igiene si fa più difficile da mantenere. Ho sentito profumi che non conoscevo e odori che solo immaginavo. E ripeto. Non ho fumato nemmeno una canna sebbene me ne abbiano offerto in tutto il cammino. Un cammino durato 50 anni, il tempo che ho impiegato per tornare indietro nel tempo, a quando mia nonna andava al mercato per mano di un bisnonno che non ho mai conosciuto se non nei racconti frammentati di chi, guidata da questa mano grande e forte, ricordava la povertà, la miseria e la fame che ho finalmente visto con i miei di occhi. La povertà non è latente, si nota ed esiste. Non è quella africana. Il Marocco non è povero come immaginiamo. Il Marocco è un paese che non soffre la fame. Ma in Marocco i bambini hanno più fame che in Italia. Sanno cosa vuol dire avere fame. Sanno cosa vuol dire non avere soldi e non avere modo di chiederli a chi conosci e allora li chiedi a chi non conosci. Per caso passa un turista e ci provi.
In un posto che non saprei ubicare perfettamente nel mio piccolo mappa mentale, siamo entrati io e la mia guida a comprare i tappeti. Non lo sapevo fosse cosi figo comprare finchè non sono arrivato in Marocco. Dopo avermi fatto vedere la casa-cooperativa e le numerose collezioni di svariati oggetti di uso comune o meno, mi sono seduto in una sala enorme, ricoperta al suolo da un enorme e soffice tappeto. Asli mi ha raccontato la storia della sua famiglia, il suo ruolo negli anni, il ruolo in tempo contemporaneo, gli americani, la Spagna, il commercio, il lavoro e la migrazione periodica atteaverso il deserto. La vita nel deserto, dal Mali al Marocco, con le tappe fisse. I significati dei vari simboli, dei vari tappeti. La loro composozione, il loro valore, la loro qualità. Nel frattempo mi sono scolato tutto il the alla menta che avevo di fronte, loro mi avevano mostrato circa 40-50 tappeti diversi e io stavo indicando uno a uno se Ismah, o Ifnih..o qualcosa del genere. Alla fine me ne sono andato con un pacchetto piccolo piccolo, ma pesante. Due tappeti e un telare. Belli. Contento e affamato sono tornato all'albergo a riposare dal caldo assurdo, impressionante, che ancora stavo soffrendo, alle 3 del pomeriggio.

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sabato, 25 ottobre 2008
Persiguiendo..

Mi molla di fornte un parcheggio dismesso di taxi che loro chiamano una stazione di taxi e mi indica un palazzo affollatissimo dall'altra parte della strada. La stazione che cercavo? Scendo dopo aver pagato e con passo deciso mi avvio all'interno. Ma sbaglio strada e con passo meno deciso torno indietro e entro dalla parte giusta. Sono, ovviamente, l'unico europeo. Con uno zaino sulle spalle. Unico turista. Mi addentro tra bancarelle più o meno stabili, mi faccio largo tra i mille sguardi curiosi della gente e cerco uno sportello che indichi la sigla CTM, quella del bus che devo pigliare. Appena la vedo ritrovo un po' di sicurezza, mi faccio chiarezza in testa e sputo un paio di frasi in francese che il mio interlocutore non capisce. Fez? Taxi? No bus.
Insisto e in qualche modo capisco prezzo, orario e soprattutto che la stazione di partenza non è quella. Ricordavo di aver letto nella Lonely Planet della libreria che a Nador ce ne sono 2 di stazioni degli autobus. Allora mi faccio disegnare la strada per l'altra stazione e me ne vado su due piedi. Sono in pieno centro e la città, seppur piccola, pullula di gente. Passeggio non molto sciolto, mi guardo in giro e mi sento osservato da sguardi penetranti. devo concentrarmi sulla strada per dimenticarmene. Arrivo in una piazza e su di un lato c'è un brulichio incredibile di gente. Il mercato. Odori e profumi escono riempiendoti le narici. Di sfuggita vedo bestie sanguinolenti appese in bella mostra, gente che blatera, passeggia, vende e forse compra, cammina con borse nella mano, tutte nere. In tutto il Marocco i sacchetti della spesa, in qualunque città sono neri come la pece. ogni cosa che compri è messa dentro dei sacchetti neri. Proseguo e vedo la torre della moschea. La seguo per istinto e arrivo alla moschea. Giro l'angolo e seguo le indicazioni della mappa, perdendomi nella folla che diminuisce poco a poco. In un incrocio un tipo mi viene addosso a proposito e nel momento in cui mi giro per chiedergli scusa mi manda a quel paese e mi intima di tornare subito a casa. La gente mi guarda ancora più a fondo, sorrido e seguo la strada che non conosco. Fortunatamente arrivo alla stazione e scopro che devo stare a Nador altre 5 ore. Non mi piace l'idea. Non mi piace la città. Non mi piace la gente. Ma non ho mai avuto problemi ad aspettare. Faccio il biglietto, mollo lo zaino e vado in cerca di comprare qualcosa al mercato, un frutto. Speravo di poter scegliere bene, guardo i prezzi quando ci sono, mi faccio un idea. Il tempo non mi manca. Purtroppo non mi posso fermare troppo davanti alle bancarelle perchè tutti ti vengono a martellare di domande, di buone offerte. Il prodotto è sempre il migliore secondo loro. Il prezzo varia perchè sono straniero. In tutto, anche nei succhi. Alla fine conviene andare nei minimarket, li almeno sai quanto vale. Dopo un po' mi arrendo e passeggio verso il mare. Arrivato sul lungomare, mi accorgo di quanto sia sporco e schifoso. Poi ricordo che è una laguna. Rimango li a dimenticare che ho sete e forse anche un po' di fame e lentamente, senza volerlo mi rendo conto della gente attorno a me. Sono sdraiati, seduti, chiacchierano, a volte ridono. Sono un sacco. Uomini e alcune donne giovani, perlopiù ragazzine. Il tempo passa e torno alla stazione. Tiro fuori un po' d'acqua e sorseggio un po'. All'improvviso arriva un signore, quello del biglietto del bus, e mi dice di non farlo più, è meglio. Ci sono dei malfattori che potrebbero arrabbiarsi con me. La stazione non è un bel posto, dice. Mi consiglia di sedere al bar e aspettare la fine del digiuno. Vado al bar, mi siedo sulla terrazza e aspetto. Sfoglio la mia poco utile Guide de Routard e comincio a sentire delle urla, sbraitare di voci, uomini, vecchie, bambini che piangono. In atto c'è la tipica baruffa araba, ma per gente come noi è come assistere a un film. Uno che esce dalla macchina e fa finta di prendere il cellulare e chiamare la polizia, altri che arrivano e cercano di farlo ragionare, lui che mostra l'ammaccatura alla macchina fatta con un presunto sasso, gli altri che minimizzano, allora scende la moglie che sbraita al marito indicando il bambino che urla e piange dentro la macchina, allora gli altri cercano di dividere l'uomo e la donna, distraendo lui con la nullità del danno recato e invitando lei a risalire e calmare il bambino. Tutto dura 5 fantastici e tesi minuti. In questo tempo tutta la gente del bar non guarda altrove. Ogni tanto ci sono commenti sulle reazioni dell'uno o dell'altra, ma mai si perde di vista la scena principale. Io lo faccio in un momento di stupidaggine occidentale e mi rendo conto che intorno a me ci sono un sacco di persone sedute al bar. La fine del digiuno sta per arrivare. Bedo gente che si siede anche con il sacchetto di roba che si è portato da casa. Anch'io ho il mio, ed è nero. Di fianco a me si siede un uomo sulla mezza età, sembra distinto. Poi passa un tipo e mi chiede un soldo per un caffè. Glielo dò. Poi vedo una anziana che fatica a reggersi in piedi e passa di tavolo in tavolo con la mano tesa. Tutti danno qualcosa. Anch'io lo faccio. Rimbomba forte all'improvviso la voce vicina da lontano che canta "Allah Akbar, Allah Akbar". Dio è grande. Anche oggi siamo riusciti ad arrivare davanti ad un piatto per mangiare. Dio è grande perchè ce lo ha permesso.
Mangio con tutti e come tutti. Harira, datteri e biscotti al miele. Poi un caffè marocchino col latte caldo. masticando capita di alzare lo sguardo e vedere dall'altro lato della strada i malfattori di cui parlava il bigliettaio. Dividono un pezzo di pane e una zuppa che hanno comprato con l'elemosina fatta tra i tavoli. L'anziana non c'è, non la vedo. Il mio vicino di sedia mi chiede di dove sono e se sto facendo Ramadan. Gli dico che è il mio primo giorno senza mangiare e che lo trovo duro. Sorride e mi chiede se sono musulmano. No gli dico che sono italiano e sembra gli faccia lo stesso. Chiacchieriamo un po' e mi offre una sigaretta che non mi sento di rifiutare. Si avvicina l'ora della mia corriera e vorrei pagargli la cena, ma non me lo permette. Pago, saluto e mi avvicino alla stazione. Dopo una buona mezzora partiamo e il viaggio si fa insolito, per la strada distrutta, per come guidano in Marocco, per la durata e per la mia stanchezza. Ma arrivo a Fez e sono sinceramente contento di esserci. Nador non rimarrà nel mio cuore.

Postato da: leles81 a 02:44 | link | commenti (1)
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